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21/11/13

Si indica col termine figura retorica qualsiasi artificio nel discorso, volto a creare un particolare effetto.
L'identificazione e la catalogazione delle figure ha creato problemi di base agli studiosi di retorica, dall'antichità al XVIII secolo Tradizionalmente si distinguono le seguenti categorie di figure:
·        figure di dizione per le quali avviene una modifica nella forma delle parole;
·        figure di elocuzione che riguardano le parole più adatte;
·        figure di ritmo che seguono gli effetti fonici ottenuti mediante la ripetizione di fonemi, sillabe, parole;
·        figure di costruzione o di posizione che si riferiscono all'ordine delle parole nella frase;
·        figure di significato o tropi che riguardano il cambiamento del significato delle parole;
·        figure di pensiero che concernono l'idea o l'immagine che appare in una frase.


Enjambement
Consiste nell'alterazione tra l'unità del verso e l'unità sintattica ed è quindi una frattura a fine verso della sintassi o di un sintagma o anche di una parola causata dall'andare a capo come da questo esempio:



« sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto. »
                              (Dante - Inferno, canto XXVI)



L'enjambement è un elemento che contribuisce a determinare il ritmo di una poesia, il termine deriva da una parola francese che significa <<accavallamento>>,<<spezzatura>>. Si verifica quando due parole della stessa frase che dovrebbero stare saldamente unite, vengono spezzate tra la fine di un verso e l'inizio di quello successivo. L'enjambement divide solitamente gruppi sintattici come sostantivo e attributo, soggetto e predicato, predicato e complemento oggetto, sostantivo e complemento di specificazione, articolo e nome etc.
Si prendano come esempio anche i seguenti versi del Manzoni:

« Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;

quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha: [...] »

(Alessandro Manzoni, Il cinque maggio, vv. 13-18)


Apocope

In linguistica, l'apòcope, detta anche troncamento, indica la caduta di un fono o di una sillaba in finale di parola.
-         essere nel fior fiore degli anni
-         man mano che

Troncamenti con apostrofo: Nell'evoluzione grafematica della lingua italiana dell'ultimo secolo, si è attestata la regola grammaticale per cui di norma l'apocope non va mai segnalata con l'apostrofo, tranne nei casi di apocope sillabica in cui si verifichino entrambe le seguenti condizioni:
1.     la forma tronca risulta uscente in vocale;
2.     la vocale finale non richiede il raddoppiamento fonosintattico con la parola seguente
o    po' per poco
o    e a mo' di per modo
L'allegoria

L'allegoria è la figura retorica per cui un concetto viene espresso attraverso un'immagine: in essa, come nella metafora, vi è la sostituzione di un oggetto ad un altro ma, a differenza di quella, non si basa sul piano emotivo bensì richiede un'interpretazione razionale di ciò che sottintende. Essa opera quindi su un piano superiore rispetto al visibile e al primo significato: spesso l'allegoria si appoggia a convenzioni di livello filosofico o metafisico. Per chiarire, un esempio tratto dalla Divina Commedia di Dante Alighieri:

'ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.
Questi parea che contra me venisse
con la test' alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne tremesse.

La similitudine 

La similitudine (lat. similitudo, gr. parabolé "paragone, confronto", da cui il termine parabola) è una figura retorica che consiste nel confrontare due identità, in una delle quali si individuano proprietà somiglianti e paragonabili a quelle dell'altra, facendo uso di avverbi quali: come, simile a, sembra, assomiglia, così come, ecc., a differenza della metafora che non usa questi avverbi.
La similitudine si differenzia dalla comparazione perché nella prima i termini del confronto non sono intercambiabili.
La similitudine è particolarmente diffusa nei testi antichi come, per esempio, nella Bibbia:

“La nostra vita passa come l'ombra di una nube
        e si dissolve come nebbia
        inseguita dai raggi del sole”.

Posted on giovedì, novembre 21, 2013 by Marco28

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22/10/13

La nuova fede cristiana parlava di un dio, padre di tutti gli uomini il quale non aveva nessuna distinzione tra razze o condizioni sociali. Ma Gesù cristo venne da subito visto dai romani come un vero e proprio pericolo. Predicando il Messia accusò i Farisei di essere uomini falsi ed'impuri; così questi ultimi lo denunciarono al governatore romano di allora Ponzio Pilato. Ecco che Cristo ed i suoi seguaci furono additati come nemici del genere umano; e rifiutandosi di venerare la figura dell'Imperatore (culto sacro ai romani) Gesù venne crocifisso nel 33 D.C; dall'ora in poi, i cristiani subirono col tempo dure persecuzioni sotto Valeriano, Diocleziano o lo stesso Nerone che li accusò di aver provocato uno spaventoso incendio nella città eterna. I 12 apostoli (o discepoli), dopo uno smarrimento iniziale, cominciarono a predicare a Roma che Gesù Cristo era risorto da morte; così Paolo di Tarso e Pietro (capo dei 12), persero la vita durante la persecuzione. Proprio in questi secoli, nuove realtà cristiane fiorirono sulle terre dell'Impero; le nuove collettività dunque sorgevano soprattutto nelle città più grandi, mantenendosi in contatto tra di loro. A guida di queste nuove comunità, i Cristiani degli anziani chiamati Presbiteri i quali si occupavano delle cure dell'anima, dei sacramenti, dell'eucarestia; questi ultimi venivano poi aiutati durante la liturgia dai Diaconi. I sorveglianti di tutte queste nuove comunità, i continuatori dell'opera degli apostoli si fecero chiamare Episcopi: e si garantivano la corretta adesione alla dottrina in ogni centro abitato che presiedevano, detta Ecclesia.

Posted on martedì, ottobre 22, 2013 by Marco28

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21/10/13

La forma di una poesia ne determina il ritmo, che è una sua parte fondamentale: lo studio dei vari tipi di forma è detto metrica. La metrica di una poesia si decide prima di tutto dalla lunghezza e dal tipo dei suoi versi, ma altri elementi importanti sono anche il tipo di strofa e il tipo di rima che usa: altri elementi della metrica sono le figure metriche e le licenze poetiche.

Un verso di una poesia è la sua unità ritmica principale, e corrisponde grosso modo ad una riga: la lunghezza del verso determina il ritmo, lento per versi lunghi, veloce per versi corti. I versi si classificano per il numero delle sillabe di cui sono composti: nella lingua italiana si hanno dieci tipi di versi, di cui cinque parisillabi (2, 4, 6, 8 o 10 sillabe) e cinque imparisillabi (3, 5, 7, 9 o 11 sillabe).
In ogni verso, il ritmo della lettura è dato dagli accenti più forti, che per questo vengono detti ritmici: il tipo di verso, più che dalla lunghezza in sillabe (che può anche variare: vedi i versi ipermetri e ipometri) è definito soprattutto dalla posizione degli accenti forti al suo interno.
  • il monosillabo formato da una sillaba, esempio: so, tu, già, mio (solo per sineresi, altrimenti due sillabe), io (solo per sineresi, altrimenti due sillabe) ecc.
  • il bisillabo o binario o bisillabico, verso che ha un accento ritmico sulla prima sillaba;
  • il trisillabo o trisillabico, verso che ha un accento ritmico sulla seconda sillaba;
  • il quaternario o quadrisillabo, o quadri sillabico, verso con accenti sulla prima e sulla terza sillaba;
  • il quinario o pentasillabo, verso in cui gli accenti ritmici cadono sulla prima o seconda sillaba e sulla quarta;
  • il senario verso con gli accenti ritmici sulla seconda e sulla quinta;
  • il settenario verso che ha il primo accento ritmico mobile, che può cadere su una qualsiasi delle prime quattro sillabe, mentre il secondo accento è fisso sulla sesta sillaba;
  • l’ottonario verso con gli accenti sulla terza e sulla settima sillaba;
  • il novenario o enneasillabo: da qui in poi sono necessari tre accenti ritmici anziché due soltanto, per l'accresciuta lunghezza dei versi: gli accenti ritmici del novenario cadono sulla seconda, quinta e ottava sillaba;
  • il decasillabo verso con accenti sulla terza, sesta e nona;
  • l’endecasillabo, con un solo accento obbligato sulla decima sillaba ed altri due accenti, fondamentali, mobili e vincolanti, sulla quarta e/o sulla sesta sillaba. Quando, però, in luogo della quarta e/o sesta, l'accento cade sulla quinta sillaba, l'endecasillabo dicesi "non canonico" o "di quinta", mentre l' eventuale ictus sulla settima, chiamato anche "dantesco", è secondario e non vincolante.

Posted on lunedì, ottobre 21, 2013 by Marco28

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03/10/13

Dal 5 secolo d.c dopo l'indebolimento dell'Impero Romano, ci si avvia lentamente verso una generale frantumazione delle pratiche di governo, ad una disgregazione delle scuole, ad una difficoltà nelle comunicazioni; ecco che anche il linguaggio, il parlato, viene contaminato dalle parole nuove dei popoli invasori; per questo, attraverso un lento processo linguistico, la forza del latino viene meno, e si affermano su di lui quegli idiomi che, creano le attuali lingue o lingue moderne; in Sicilia, alla corte del ghibellino Federico II di Svevia, fondatore dell'università di Napoli (famosa per gli studi giuridici) e dell'università di Salerno (famosa per gli studi di medicina) vengono da lui chiamati studiosi cattolici, greci ed arabi; il colto imperatore, infatti, che parlava benissimo tedesco, francese, greco, latino, arabo e l'ebraico promuove degli studi scientifici nella città di Palermo; ecco che nel 1230 nasce nel capoluogo siciliano la scuola siciliana, primo centro in Italia in cui si parla italiano e luogo in cui si forma un primo gruppo di intellettuali, in tutto una ventina, i quali introdussero nei loro scritti il volgare siciliano; tra questi Pier delle Vigne, Iacopo da Alentini, Filippo da Messino, Cielo d'Alcamo ed altri. Dopo la morte di Federico II di Svevia nel 1250 la scuola siciliana si frantumò e l'eredità degli studiosi passò in Toscana esattamente a Firenze, prendendo il nome di Dolce Stil Novo; così, il fiorentino scritto, diventa alla fine del '200 la lingua letteraria per eccellenza di tutti gli intellettuali italiani fino ad oggi.
A Firenze infatti un piccolo cenacolo di giovani poeti, capeggiato dal bolognese Guido Guinizzelli, giudice di professione,e dai fiorentini Guido cavalcanti, Cino da Pistoia, Lapo Gianni e lo stesso Dante Alighieri i quali si distaccheranno dalla precedente tradizione siciliana, creando per la prima volta testi di lingua italiana. Questi poeti appartenevano ad una ristretta cerchia di intellettuali, che di fatto costituivano una specie di aristocrazia, non di sangue ma di nobiltà d'animo; erano infatti tutti molto eruditi ed appartenevano all'alta borghesia universitaria. 

Posted on giovedì, ottobre 03, 2013 by Marco28

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02/10/13


Dante ha studiato letteratura dai frati Escolopi in particolare quattro letterature: Letteratura Latina, Letteratura Provenzale, Letteratura Mariana, Letteratura agiografica; per questo motivo la Divina Commedia è piena di riferimenti, come parole in Latino, a queste letterature. Dal 1304 al 1308 scrive l' Inferno; dal 1308 al 1312 scrive il purgatorio; dal 1312 al 1318 scrive il paradiso. L' Inferno è stato creato dalla caduta dal paradiso di Lucifero, che venne cacciato da dio; la sua caduta formò un enorme cratere al cui centro rimase intrappolato Lucifero per colpa di un lago, che lo avvolse e non lo lasciò andare, di nome Cocito; le rocce che sposto Lucifero nella caduta formarono una montagna dall'altra parte. Con il passare dei secoli sopra il cratere formato da Lucifero sorse Gerusalemme patria degli ebrei. Nel cratere si formò l' inferno con i suoi nove anelli; Dante impiegò tre giorni per attraversarlo e una volta arrivato al centro sfruttò il tunnel formato dalle rocce per andare nel purgatorio e ci restò per due giorni; infine grazie a Beatrice arrivò nel Paradiso e ci restò per altri due giorni.

Posted on mercoledì, ottobre 02, 2013 by Marco28

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Nasce, a Firenze, in una famiglia di piccola nobiltà che parteggiava per i guelfi. La città sta vivendo un periodo di tumulti provocati dalla rivalità tra due potenti famiglie i Cerchi e i Donati; Dante si schiera dalla parte dei Cerchi. venne inviato a Roma come ambasciatore e sulla via del ritorno venne a sapere che i Donati avevano vinto e che lo avevano condannato a morte e avevano confiscato tutti i suoi beni così fu costretto a passare di corte in corte visitando alcune città tra le quali: Verona, Treviso, Padova e Venezia. Morì infine a Ravenna forse per delle febbri malariche che aveva contratto viaggiando.

Posted on mercoledì, ottobre 02, 2013 by Marco28

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18/09/13

Posted on mercoledì, settembre 18, 2013 by Marco28

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